Intervista con Sergio Farris per il CIVM 2021

Un 2021 ancora da protagonista per Sergio Farris, che strizza l’occhio al CIVM con la Lola Fa 30 del Team Dalmazia. 

È uno dei “driver” di punta della scuderia Speed Motor per ciò che riguarda la velocità in montagna, con la ferma intenzione di compiere un ulteriore salto di qualità.
Sergio Farris, classe 1986, figlio d’arte residente ad Alghero, è impegnato con l’agonismo fin dal 2005, quando aveva 19 anni; ritenuto uno fra i migliori di sempre della sua regione, corre nel campionato italiano ed europeo di velocità in montagna e nel trofeo italiano, con nove titoli tricolore collezionati e altrettanti vinti come migliore pilota sardo, dapprima con la scuderia “I 4 Mori” e ora con quella eugubina del presidente Tiziano Brunetti.

Gloria, Radical (delle quali è stato pilota ufficiale), Formula Master, Osella Pa 2000 e Lola Fa 30 le auto da lui guidate, recitando sempre un ruolo da protagonista in gruppi e classi molto competitivi. Farris non si è fermato nemmeno nella stagione del Covid-19; anzi, lo scorso anno ha accumulato una eccellente dose di esperienza con la Lola Fa 30, gommata Avon, messagli a disposizione da patron Pasquale Scaramella del Team Dalmazia. Una ex Formula Uno modificata per la salita e coperta con scocche e misure dell’Osella Fa 30, al volante della quale ha retto molto bene il confronto con avversari più esperti e dotati di propulsori 3000, classificandosi sempre nella “top ten” e con un quinto posto assoluto a Erice.

Ecco cosa ha dichiarato lo stesso Farris.

“Quest’anno me la posso battere per il titolo assoluto in Civm e magari con l’aiuto della Regione Sardegna, di qualche sponsor e di qualche appassionato che mi vuole sostenere spero che non sia difficile. Nel mio sito internet e nella pagina Facebook troverete tutti i modi per darmi una mano. Se vi saranno le possibilità, tenterò di correre anche in pista.”

Farris è il terzo esponente di una generazione di piloti: il padre, Sergio Senior, ha vinto per tre volte il titolo nazionale di categoria nelle cronoscalate. Senza dimenticare il nonno.
Quando hai capito che il mondo dell’automobilismo avrebbe avuto un grande spazio nella tua vita?

“Avevo appena due anni quando mio padre ha smesso di gareggiare, per cui non potuto accompagnarlo e seguirlo come avrei voluto, però avevo con lui un rapporto eccezionale, da figlio e da amico: sapeva sempre darmi una risposta in ogni circostanza e da lui si imparava molto, se avevi la dote di saperlo ascoltare con attenzione e ti mostravi interessato. Perché era lui che poi ti avrebbe aiutato”.

Per fare il pilota, bisogna sopportare anche qualche sacrificio. Ti ha pesato questo fatto?

“Ho dovuto rinunciare a ciò che un ragazzo fa a quell’età, ma credo che quando si ha una passione come la mia non ti pesi poi più di tanto: è una cosa che hai nel sangue e quindi passa davanti a tutto”.

Quali “ingredienti” occorrono oggi per fare il pilota?

“Oltre ovviamente alle risorse economiche, anche l’allenamento, che ti serve in ogni sport. Ho capito che ci vuole un ottimo personal trainer, il quale sappia lavorare sulle parti più sollecitate e poi è importante regolarsi sull’alimentazione: la mia statura è più alta della media e quindi debbo stare attento ai chili di troppo rispetto a chi è più basso di me. Altro fattore determinante, quello mentale: la nostra disciplina ha i suoi rischi, per cui non puoi permetterti di sbagliare quando hai una strada di montagna da affrontare in velocità, con un asfalto non sempre al top e magari anche con le insidie meteorologiche; i pericoli ci sono e allora devi avere la testa sgombera dai problemi per poterti concentrare sulle traiettorie e soprattutto memorizzare alla perfezione il tracciato nei minimi dettagli. È la sintesi di quanto ho appena ricordato che poi ti pone nelle condizioni di dare il massimo, con assieme un set up dell’auto che va dal cambio alle sospensioni, dall’aerodinamica alle gomme”.

L’insegnamento più bello che ti ha lasciato tuo padre?

“Una domanda che mi tocca nel profondo, perché mio padre è stato tutto per me: nonostante l’enorme differenza di età, mi ha insegnato tanto. Gli debbo tutto: è stato per me anche un confidente e un manager. Sapeva consigliarmi e spronarmi: in poche parole, era un grande uomo e la sua scomparsa è per me una perdita incolmabile. In Sardegna, il nome Sergio Farris è una pietra miliare delle corse e anche mio figlio di 3 anni si chiama Sergio”.

Sei attivo poi nel sociale, specie quando si tratta di iniziative solidali. Con chi collabori?

“Al momento con l’Avis Sardegna e mi fa piacere essere il testimonial di tante realtà, come lo sono stato dell’Associazione Bambini Down di Sassari e dell’Associazione Donatori di Midollo Osseo, perché entri a diretto contatto con le difficoltà delle persone e senti il dovere di dare una mano. Da quest’anno – notizia ancora fresca – sostengo sempre come testimonial la Fondazione Meyer, il noto ospedale di Firenze che è punto di riferimento per la pediatra nazionale ed europea per la ricerca, la cura e l’accoglienza del bambino”.

E il 2021 di Sergio Farris?

“Intanto, mi auguro per tutti che la pandemia si faccia da parte, perché la salute è il dono più prezioso; di conseguenza, il ritorno alla normalità riporterebbe sulle strade nelle quali corriamo quel calore del pubblico che è necessario per andare avanti”. Il sogno nel cassetto? “Vincere un campionato assoluto della montagna (ma non è di certo semplice) e poi la gara di casa, la Alghero-Scala Piccada, che peraltro è intitolata a mio padre”. 

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